Maria Assunta
in Cielo
prega per noi


Signore,
 proteggi
le nostre famiglie

Diocesi
Rossano-Cariati (CS)


Anno Pastorale 2011/2012
ANNO DEI
GIOVANI

Nel 2011
riflettiamo sul tema:
LIBERTA'
RELIGIOSA,
VIA DELLA PACE
BENEDETTO XVI

Nel mondo si registrano limitazione o negazione della libertà religiosa,  discriminazione e marginalizzazione basate sulla religione, persecuzione e alla violenza contro le minoranze.
I mass media informano, dove si  verificano “assalti” alla Chiesa Cattolica, la “persecuzione” della religione Cattolica, le assurde “violenze” subite dalle popolazioni cristiane...





Parrocchia
Santa Maria Assunta
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S.E. Mons. SANTO MARCIANÒ

Arcivescovo di Rossano - Cariati

Nato a Reggio Calabria il 10 aprile 1960; ordinato presbitero il 9 aprile 1988;
eletto alla sede arcivescovile di Rossano - Cariati il 6 maggio 2006;
ordinato vescovo il 21 giugno 2006.

Attuali Incarichi

Segretario della Conferenza Episcopale Calabra

 

S.E. Mons. ANDREA CASSONE

Arcivescovo emerito di Rossano - Cariati

Nato a Cannitello di Villa San Giovanni, arcidiocesi di Reggio Calabria - Bova, il 29 aprile 1929; ordinato presbitero il 22 dicembre 1951;
eletto alla sede arcivescovile di Rossano - Cariati il 26 marzo 1992;
ordinato vescovo il 9 maggio 1992;
divenuto emerito il 22 luglio 2006.

Martedì 12 aprile 2010 Mons. ANDREA CASSONE è tornato alla casa del Padre.

 

 

 

 

 

Descrizione  dello stemma e del motto

 di S. Ecc. Mons. Santo Marcianò

 


Lo stemma

 

Nello stemma è rappresentata l’immagine del pellicano che nutre i propri figli con il sangue che sgorga dal suo cuore. La simbologia cristologica del pellicano trae origine, in particolare, dall’Adoro te Devote, antico canto eucaristico attribuito a San Tommaso d’Aquino, che recita:

«Pie pellicane, Iesu Domine, me immundum munda tuo sanguine;

cuius una stilla salvum facere totum mundum quit ab omni scelere».

Le parole di questo canto hanno fatto del pellicano uno dei simboli eucaristici per eccellenza. L’iconografia cristiana, a partire dal Medioevo, ha usato l’immagine del pellicano come allegoria di Cristo che sulla Croce viene trafitto al costato perdendo sangue e acqua fonte di vita per gli uomini. Con questo simbolo, dunque, viene evidenziato il sacrificio di Cristo, la sua totale abnegazione, la sua morte in croce e l’amore del Padre che invia il proprio Figlio a versare il suo sangue per la nostra salvezza. Il Pellicano diventa, perciò, figura della Redenzione operata da Cristo, icona dell’amore, del dono totale di sé, simbolo dell’amore paterno di Dio.

Dante nella Divina Commedia accosta la scena dell’Ultima Cena, dove l’apostolo Giovanni china il capo sul petto del Maestro, con la figura del pellicano: «Questi è colui che giacque sopra’l petto del nostro Pellicano, e Questi fue di su la croce al grande officio eletto». (Divina Commedia, Paradiso Canto XXV, 112-114).

In questo stemma il pellicano è rappresentato in argento, “smalto” simbolo della trasparenza, della Verità, sottolineando il messaggio di salvezza che il Signore proclama nel rispondere a Tommaso: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14, 6).

Il “campo” dello scudo è in azzurro, simbolo della incorruttibilità del cielo; rappresenta il distacco dai valori terreni e l’ascesa dell’anima verso Dio.

La croce doppia, arcivescovile (detta anche “patriarcale”) con due bracci traversi all’asta, in oro, posta in palo, ovvero verticalmente dietro lo scudo è una croce “trifogliata” con cinque gemme rosse a simboleggiare le cinque piaghe di Cristo.

 

Il motto

 

Il motto riprende le parole d’inizio del “Magnificat” (Lc 1, 46) con cui la Vergine, dopo il saluto di Elisabetta, inneggia al Signore.

Il Magnificat (Lc 1, 46-55), cantico che si ispira a quello di Anna riportato nell’Antico Testamento (1 Sam 2,1-10), è un canto che rivela la spiritualità degli anawim biblici, ossia di quei fedeli che si riconoscevano “poveri” non solo nel distacco da ogni idolatria della ricchezza e del potere, ma anche nell’umiltà profonda del cuore, spoglio dalla tentazione dell’orgoglio, aperto all’irruzione della grazia divina salvatrice. Tutto il Magnificat è, infatti, marcato da questa “umiltà”, in greco tapeinosis, che indica una situazione di concreta umiltà e povertà.

L’anima di questa preghiera è la celebrazione della grazia divina che ha fatto irruzione nel cuore e nell’esistenza di Maria, rendendola Madre del Signore. Nelle parole del Magnificat ella non vede il segno della grandezza sua, ma di quella del suo Signore. “L’anima mia megalùnei, magnificat, fa grande il Signore”. Maria si annienta di fronte a Dio per cantare la lode della Sua onnipotenza e misericordia. L’intima struttura del suo canto orante è la lode, il ringraziamento, la gioia riconoscente. La Madonna con questa lode del Signore dà voce a tutte le creature redente che nel suo “Fiat”, e così nella figura di Gesù nato dalla Vergine, trovano la misericordia di Dio.

Nel ricordare le opere divine il canto del Magnificat evidenzia lo “stile” a cui il Signore della storia ispira il suo comportamento: egli si schiera dalla parte degli ultimi. Il suo è un progetto che è spesso nascosto sotto il terreno opaco delle vicende umane, che vedono trionfare “i superbi, i potenti e i ricchi”. Eppure la sua forza segreta è destinata alla fine a svelarsi, per mostrare chi sono i veri prediletti di Dio: “Coloro che lo temono”, fedeli alla sua parola; “gli umili, gli affamati, Israele suo servo”, ossia la comunità del popolo di Dio che, come Maria, è costituita da coloro che sono “poveri”, puri e semplici di cuore. E così questo canto ci invita ad associarci a questo piccolo gregge, ad essere realmente membri del Popolo di Dio nella purezza e nella semplicità del cuore, nell’amore di Dio.

 

(Dal sito dell' Archidiocesi Rossano-Cariati)

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